Biografie:
La Freedom House, un'organizzazione ubicata a Washington e che denuncia le atroci repressioni nel Sudan, ci chiede di non rivelare l'identità dei loro difensori dei diritti umani perché è molto rischioso, una richiesta che nessun altro ci aveva fatto. Le forze dell'ordine del governo sudanese distruggono, bruciano e radono al suolo i villaggi nel sud del Paese, schiavizzano migliaia di donne e bambini, rapiscono e costringono i ragazzi a rinnegare il loro credo cristiano, inviandoli poi al fronte come carne da macello. Annientano i villaggi e sopprimono la popolazione o la trasferiscono in campi di concentramento chiamati "villaggi della pace"; e fanno in modo che non arrivino viveri ai villaggi già ridotti alla fame. I Cristiani, e persino i sacerdoti, vengono imprigionati, frustati, torturati, assassinati e a volte addirittura crocifissi. Il Sudan ha ottenuto l'indipendenza dall'Inghilterra nel 1956. Trent'anni dopo, i fondamentalisti islamici con base a Khartoum hanno preso il controllo del governo democraticamente eletto, scatenando una guerra santa contro i propri cittadini cristiani nel sud del paese. Nel conflitto sono morte un milione e mezzo di persone e altri cinque milioni di individui sono scomparsi. Il nostro difensore dei diritti umani, che chiameremo Anonimo, proclama un messaggio di libertà, contro tutto e tutti, sfidando le minacce di morte e la tortura, per offrire ai sudanesi, suoi compatrioti, un cammino che porti verso un futuro migliore. La guerra civile tra nord e sud si è ufficialmente conclusa nel 2005 con un trattato di pace, ma, allo stesso tempo, un’aspra Guerra tra il governo e le fazioni ribelli delle province ovest del Sudan, il Darfur, sta continuando a mietere vittime innocenti. Il 9 gennaio 2011, si è svolto il referendum ed uno schiacciante 98,9% della popolazione del Sudan meridionale ha votato a favore della secessione dal Nord. La Repubblica del Sud Sudan è diventato un paese indipendente il 9 luglio 2011.
La Freedom House, un'organizzazione ubicata a Washington e che denuncia le atroci repressioni nel Sudan, ci chiede di non rivelare l'identità dei loro difensori dei diritti umani perché è molto rischioso, una richiesta che nessun altro ci aveva fatto. Le forze dell'ordine del governo sudanese distruggono, bruciano e radono al suolo i villaggi nel sud del Paese, schiavizzano migliaia di donne e bambini, rapiscono e costringono i ragazzi a rinnegare il loro credo cristiano, inviandoli poi al fronte come carne da macello. Annientano i villaggi e sopprimono la popolazione o la trasferiscono in campi di concentramento chiamati "villaggi della pace"; e fanno in modo che non arrivino viveri ai villaggi già ridotti alla fame. I Cristiani, e persino i sacerdoti, vengono imprigionati, frustati, torturati, assassinati e a volte addirittura crocifissi. Il Sudan ha ottenuto l'indipendenza dall'Inghilterra nel 1956. Trent'anni dopo, i fondamentalisti islamici con base a Khartoum hanno preso il controllo del governo democraticamente eletto, scatenando una guerra santa contro i propri cittadini cristiani nel sud del paese. Nel conflitto sono morte un milione e mezzo di persone e altri cinque milioni di individui sono scomparsi. Il nostro difensore dei diritti umani, che chiameremo Anonimo, proclama un messaggio di libertà, contro tutto e tutti, sfidando le minacce di morte e la tortura, per offrire ai sudanesi, suoi compatrioti, un cammino che porti verso un futuro migliore. La guerra civile tra nord e sud si è ufficialmente conclusa nel 2005 con un trattato di pace, ma, allo stesso tempo, un’aspra Guerra tra il governo e le fazioni ribelli delle province ovest del Sudan, il Darfur, sta continuando a mietere vittime innocenti. Il 9 gennaio 2011, si è svolto il referendum ed uno schiacciante 98,9% della popolazione del Sudan meridionale ha votato a favore della secessione dal Nord. La Repubblica del Sud Sudan è diventato un paese indipendente il 9 luglio 2011.
Intervista:
Sono stato coinvolto nella lotta per i diritti umani proprio a causa della situazione politica del Sudan, quando ho perso il lavoro nel 1989 assieme ad altre diecimila persone. Il governo voleva essere certo che tutti coloro che non condividevano la sua politica, fossero emarginati. Mi sono reso conto che noi, i più fortunati, quelli che avevano avuto un'educazione, dovevamo aiutare i più deboli, ossia quelli che avevano perso i diritti fondamentali e che venivano messi in carcere quotidianamente. Abbiamo cominciato sensibilizzando l'opinione pubblica sull'influenza negativa dei matrimoni di massa imposta dalla politica del regime. Questa pratica aveva l'obiettivo, da un lato, di incoraggiare l'istituzione del matrimonio allo scopo di promuovere l'immagine del "buon musulmano", dall'altro di scoraggiare la promiscuità e le devianze sessuali. Viste le condizioni dell' economia del paese, la gente finisce con l'accettare di buon grado che le loro figlie si uniscano in matrimonio con uomini già sposati tre o quattro volte, pur di liberarsi del peso di una femmina. Le ragazze si sposano, rimangono incinte e poi i mariti, una volta entrati in possesso del denaro e della terra, le abbandonano. Quindi queste donne sole con un figlio a carico si rivolgono ai tribunali, dove si applica la shari'a [legge], sperando di ottenere almeno gli alimenti, ma raramente ci riescono.
Monitoriamo le violazioni dei diritti umani come questa, discutiamo le leggi esistenti con dei gruppi di donne per renderle maggiormente consapevoli e ci mettiamo in contatto con altri gruppi affinché si mobilitino contro queste leggi. Inoltre ci occupiamo della formazione dei giovani, in modo che siano in grado di fornire assistenza legale al crescente numero di comunità di rifugiati. Queste comunità sono costituite per la maggior parte da famiglie dove le donne hanno il ruolo di capofamiglia. Gli uomini sono spesso al fronte o disoccupati, quindi le donne sono costrette a lavorare per mantenersi. Di solito vendono per strada il tè o una bevanda alcolica che loro stesse distillano, un'occupazione tradizionale delle donne del sud e dell'ovest. Questo lavoro è però illegale, e loro spesso non lo sanno. Quindi la polizia le arresta, perquisisce le loro case, confisca quel poco che hanno e distrugge le loro abitazioni. Noi cerchiamo di trovare un'attività che consenta loro di avere un reddito, e che sia legale.
Cerchiamo di aiutare la gente, soprattutto le donne, a prendere coscienza dei propri diritti in quanto cittadini sudanesi, indipendentemente dal gruppo etnico o religioso di appartenenza. Ma il governo è contrario a questa nostra attività. È per questo che non posso rivelare il mio nome. Coloro che sono sospettati di lavorare per dei diritti umani vengono arrestati, e spesso torturati in case 'fantasma' (centri di detenzione clandestini) o, quando sono fortunati, vengono soltanto sbattuti in 'prigione - a tempo indeterminato. Le persone spesso scompaiono o vengono arrestate, il giorno successivo le forze dell'ordine si presentano alle famiglie dichiarando che le vittime sono morte di "morte naturale".
I nostri giovani, a causa della guerra in corso, dopo aver sostenuto gli esami per entrare all'università, vengono arruolati e costretti a combattere per la jihad. E dopo un solo mese di addestramento - certo non sufficiente - li armano e li spediscono al fronte. L'anno scorso, un gruppo di giovani che erano stati arruolati con la forza, sono fuggiti dal campo a nord di Khartoum. Le guardie hanno cominciato a sparare. I ragazzi si sono messi a correre verso il fiume, ma alcuni non sapevano nuotare. Ne sono stati uccisi più di quindici. L'episodio è divenuto di dominio pubblico solo perché i corpi sono stati trovati sulle sponde del Nilo. Il miglior modo per porre un freno agli abusi è far conoscere alla gente i propri diritti, soprattutto alle donne indigenti e senzatetto. Negli ultimi anni sono nate circa diciassette organizzazioni non governative impegnate nella tutela dei diritti delle donne. Le donne stanno creando delle cooperative, indipendenti dall'appartenenza etnica, religiosa o razziale, e sviluppano dei progetti che hanno lo scopo di generare un reddito. Le donne sudanesi vivono una situazione particolarmente difficile. Prima di tutto, il governo ha emesso una serie di leggi che limitano i diritti fondamentali delle donne. Le donne che decidono di andare all’estero devono presentare il modulo di richiesta del visto alla Commissione delle Donne del Ministero degli Interni. La commissione non le lascia partire se non hanno un uomo che le accompagna o comunque senza il consenso del marito. In secondo luogo, impone loro un rigido codice d'abbigliamento che prevede che si coprano il viso e i capelli e indossino una lunga veste che copra le caviglie. Le donne che lavorano non possono ambire a posizioni di prestigio. Il governo ha rettificato anche la legge sul diritto di famiglia a favore della poligamia, per dare più libertà agli uomini e facilitare le cause di divorzio. In teoria, in base ai precetti dell'Islam, le donne possono chiedere e ottenere il divorzio tanto facilmente quanto gli uomini. In pratica, per le donne è estremamente difficile richiedere il divorzio, mentre l'uomo può avanzare richiesta senza dover presentare alcuna giustificazione. Ora capite perché è così dura per le donne.
La gente sta zitta perché vi è costretta. Un uomo che lavora in banca mi ha detto che per ogni dipendente ve ne sono due che lo controllano, dei semplici informatori, non necessariamente degli agenti governativi. Tutti sanno che il governo approfitta della povertà dilagante per assoldare le spie, uomini comuni che si controllano a vicenda. La comunità internazionale potrebbe dare un contributo denunciando queste violazioni. Quel che ci serve non sono tanto gli aiuti alimentari, quanto la copertura dei media, sia giornali che televisioni. Questo sì che farebbe la differenza. Metterebbe il governo alle strette, che poi è l'unico vero responsabile del deterioramento della situazione dei diritti umani.
Questa guerra ci è costata un milione e mezzo di vittime e i conflitti non sono ancora finiti. Il Paese sta collassando: il sistema sanitario, l'educazione, tutto. Nonostante ciò, penso che sarà comunque il popolo a decidere non il governo. Dal 1993, ho notato un cambiamento nella società civile. Tutti, soprattutto le donne, sono più consapevoli dell'importanza di coalizzarsi per cercare di migliorare la propria vita, e per cercare di cambiare ciò che non funziona. Questi gruppi possono fare molto per cambiare la situazione. Non credo che il governo sarà tanto diverso nei prossimi cinque o dieci anni. Ma grazie alla rete di alleanze che stiamo creando e alla fiducia e alla speranza che infondono gli attivisti dei diritti umani, il cambiamento prima o poi avverrà. Forse non farò in tempo a vederlo, ma se le cose cominciano a muoversi, un risultato ci sarà.
Il coraggio significa molte cose per me; significa impegno, significa speranza. Significa pensare prima di tutto agli altri. Significa credere fermamente nei diritti umani, credere nel potere della gente, e significa anche voltare la schiena al potere di chi ci governa. È proprio il coraggio che trasformerà il Sudan e il suo popolo.
Sono stato coinvolto nella lotta per i diritti umani proprio a causa della situazione politica del Sudan, quando ho perso il lavoro nel 1989 assieme ad altre diecimila persone. Il governo voleva essere certo che tutti coloro che non condividevano la sua politica, fossero emarginati. Mi sono reso conto che noi, i più fortunati, quelli che avevano avuto un'educazione, dovevamo aiutare i più deboli, ossia quelli che avevano perso i diritti fondamentali e che venivano messi in carcere quotidianamente. Abbiamo cominciato sensibilizzando l'opinione pubblica sull'influenza negativa dei matrimoni di massa imposta dalla politica del regime. Questa pratica aveva l'obiettivo, da un lato, di incoraggiare l'istituzione del matrimonio allo scopo di promuovere l'immagine del "buon musulmano", dall'altro di scoraggiare la promiscuità e le devianze sessuali. Viste le condizioni dell' economia del paese, la gente finisce con l'accettare di buon grado che le loro figlie si uniscano in matrimonio con uomini già sposati tre o quattro volte, pur di liberarsi del peso di una femmina. Le ragazze si sposano, rimangono incinte e poi i mariti, una volta entrati in possesso del denaro e della terra, le abbandonano. Quindi queste donne sole con un figlio a carico si rivolgono ai tribunali, dove si applica la shari'a [legge], sperando di ottenere almeno gli alimenti, ma raramente ci riescono.
Monitoriamo le violazioni dei diritti umani come questa, discutiamo le leggi esistenti con dei gruppi di donne per renderle maggiormente consapevoli e ci mettiamo in contatto con altri gruppi affinché si mobilitino contro queste leggi. Inoltre ci occupiamo della formazione dei giovani, in modo che siano in grado di fornire assistenza legale al crescente numero di comunità di rifugiati. Queste comunità sono costituite per la maggior parte da famiglie dove le donne hanno il ruolo di capofamiglia. Gli uomini sono spesso al fronte o disoccupati, quindi le donne sono costrette a lavorare per mantenersi. Di solito vendono per strada il tè o una bevanda alcolica che loro stesse distillano, un'occupazione tradizionale delle donne del sud e dell'ovest. Questo lavoro è però illegale, e loro spesso non lo sanno. Quindi la polizia le arresta, perquisisce le loro case, confisca quel poco che hanno e distrugge le loro abitazioni. Noi cerchiamo di trovare un'attività che consenta loro di avere un reddito, e che sia legale.
Cerchiamo di aiutare la gente, soprattutto le donne, a prendere coscienza dei propri diritti in quanto cittadini sudanesi, indipendentemente dal gruppo etnico o religioso di appartenenza. Ma il governo è contrario a questa nostra attività. È per questo che non posso rivelare il mio nome. Coloro che sono sospettati di lavorare per dei diritti umani vengono arrestati, e spesso torturati in case 'fantasma' (centri di detenzione clandestini) o, quando sono fortunati, vengono soltanto sbattuti in 'prigione - a tempo indeterminato. Le persone spesso scompaiono o vengono arrestate, il giorno successivo le forze dell'ordine si presentano alle famiglie dichiarando che le vittime sono morte di "morte naturale".
I nostri giovani, a causa della guerra in corso, dopo aver sostenuto gli esami per entrare all'università, vengono arruolati e costretti a combattere per la jihad. E dopo un solo mese di addestramento - certo non sufficiente - li armano e li spediscono al fronte. L'anno scorso, un gruppo di giovani che erano stati arruolati con la forza, sono fuggiti dal campo a nord di Khartoum. Le guardie hanno cominciato a sparare. I ragazzi si sono messi a correre verso il fiume, ma alcuni non sapevano nuotare. Ne sono stati uccisi più di quindici. L'episodio è divenuto di dominio pubblico solo perché i corpi sono stati trovati sulle sponde del Nilo. Il miglior modo per porre un freno agli abusi è far conoscere alla gente i propri diritti, soprattutto alle donne indigenti e senzatetto. Negli ultimi anni sono nate circa diciassette organizzazioni non governative impegnate nella tutela dei diritti delle donne. Le donne stanno creando delle cooperative, indipendenti dall'appartenenza etnica, religiosa o razziale, e sviluppano dei progetti che hanno lo scopo di generare un reddito. Le donne sudanesi vivono una situazione particolarmente difficile. Prima di tutto, il governo ha emesso una serie di leggi che limitano i diritti fondamentali delle donne. Le donne che decidono di andare all’estero devono presentare il modulo di richiesta del visto alla Commissione delle Donne del Ministero degli Interni. La commissione non le lascia partire se non hanno un uomo che le accompagna o comunque senza il consenso del marito. In secondo luogo, impone loro un rigido codice d'abbigliamento che prevede che si coprano il viso e i capelli e indossino una lunga veste che copra le caviglie. Le donne che lavorano non possono ambire a posizioni di prestigio. Il governo ha rettificato anche la legge sul diritto di famiglia a favore della poligamia, per dare più libertà agli uomini e facilitare le cause di divorzio. In teoria, in base ai precetti dell'Islam, le donne possono chiedere e ottenere il divorzio tanto facilmente quanto gli uomini. In pratica, per le donne è estremamente difficile richiedere il divorzio, mentre l'uomo può avanzare richiesta senza dover presentare alcuna giustificazione. Ora capite perché è così dura per le donne.
La gente sta zitta perché vi è costretta. Un uomo che lavora in banca mi ha detto che per ogni dipendente ve ne sono due che lo controllano, dei semplici informatori, non necessariamente degli agenti governativi. Tutti sanno che il governo approfitta della povertà dilagante per assoldare le spie, uomini comuni che si controllano a vicenda. La comunità internazionale potrebbe dare un contributo denunciando queste violazioni. Quel che ci serve non sono tanto gli aiuti alimentari, quanto la copertura dei media, sia giornali che televisioni. Questo sì che farebbe la differenza. Metterebbe il governo alle strette, che poi è l'unico vero responsabile del deterioramento della situazione dei diritti umani.
Questa guerra ci è costata un milione e mezzo di vittime e i conflitti non sono ancora finiti. Il Paese sta collassando: il sistema sanitario, l'educazione, tutto. Nonostante ciò, penso che sarà comunque il popolo a decidere non il governo. Dal 1993, ho notato un cambiamento nella società civile. Tutti, soprattutto le donne, sono più consapevoli dell'importanza di coalizzarsi per cercare di migliorare la propria vita, e per cercare di cambiare ciò che non funziona. Questi gruppi possono fare molto per cambiare la situazione. Non credo che il governo sarà tanto diverso nei prossimi cinque o dieci anni. Ma grazie alla rete di alleanze che stiamo creando e alla fiducia e alla speranza che infondono gli attivisti dei diritti umani, il cambiamento prima o poi avverrà. Forse non farò in tempo a vederlo, ma se le cose cominciano a muoversi, un risultato ci sarà.
Il coraggio significa molte cose per me; significa impegno, significa speranza. Significa pensare prima di tutto agli altri. Significa credere fermamente nei diritti umani, credere nel potere della gente, e significa anche voltare la schiena al potere di chi ci governa. È proprio il coraggio che trasformerà il Sudan e il suo popolo.